D'amore e di ventura di Elisabetta Bricca

Buona sera lettori!
Oggi è stata una giornata ghiacciata! All'università stanno - evidentemente - risparmiando sul riscaldamento quindi la vostra blogger qui, ora della primavera, si sarà tramutata in cubetto di ghiaccio.
Quindi che modo migliore per scaldarsi se non con una tazza di te bollente e una recensione?

Titolo: D'amore e di ventura
Autore: Elisabetta Bricca
Editore: Selfpublishing
Pagine: 237
Ebook: € 2,68 (e adesso anche in cartaceo!)
Lo trovate su: Amazon
Trama: Italia 1438. Cesare Mocenigo è un capitano di ventura, nobile, scaltro e affascinante. Viola Ripamonti Sforza è la bellissima e coraggiosa nipote del suo peggior nemico. Eppure, benché il dolore lo abbia reso un uomo tormentato e pericoloso, quando la incontra Cesare comprende di avere ancora un'anima. E insieme a lei, sullo sfondo dell'aspra guerra tra Venezia e Milano, tra le battaglie, gli intrighi e lo splendore del Rinascimento, sarà protagonista di una struggente storia di passione e redenzione, in una lenta risalita verso la luce durante la quale tutto può accadere, se a comandare è il cuore.
Se si parla di Venezia non so davvero resistere.
Avevo già adocchiato da un paio di giorni questo romanzo prima di avere l'occasione di conoscere l'autrice, gentile e squisita, che mi ha permesso di leggerlo.
E dopo una piccola disavventura mi sono fiondata nella lettura. Devo dire subito che la "scintilla" tra me e il libro non c'è stata, malgrado le mie speranze, ma mi ha portato in viaggio piacevole, diverso dai miei soliti e, si, unico!
La storia è ambientata durante la guerra tra Venezia e Milano e negli anni successivi. Protagonista indiscusso è Cesare Mocenigo, patrizio veneziano che, dopo la morte del padre per mano di Federico di Montefeltro e lo sterminio della sua famiglia sempre per ordine del giovane duca di Urbino, entra nell'esercito della Serenissima che lo porterà a diventare uno dei capitani di ventura più potenti d'Italia.
Sull'altro fronte si trova Viola Ripamonti Sforza, nipote del duca Montefeltro.
Le strade di Cesare e Viola non avrebbero mai dovuto incontrarsi, ma il destino ha deciso diversamente e per entrambi inizia una lotta contro la propria anima. Nemici o amanti?
Cesare Mocenigo non è il classico eroe senza macchia che ci si aspetta di trovare, ma è caratterizzato da  aspetti di "antieroi" con la sua spietatezza, la sua crudeltà anche, dal suo dolore e dal desiderio di vendetta contro cui nulla ha ragione.
Viola Sforza invece è una donna forte, capace di tener testa anche al nostro capitano di ventura, e non lascia che siano altri a decidere la sua vita.
La penna di Elisabetta Bricca ci poterà a Bergamo, Urbino, Rimini e infine a Venezia, tra le calli e i palazzi che mi sono tanti cari. C'è magia nello stile dell'autrice, magia capace di trasportati li accanto ai personaggi.


L'unico appunto che davvero voglio fare - richiesto a gran voce dal mio animo di architetto, più che da quello di lettrice - riguarda un fraintendimento in cui mi imbatto spesso quando si ambienta una storia a Venezia. Senza che entri nello specifico e mi ritrovi a proporvi una vera e propria lezione universitaria vi parlo dell'unica regola fondamentale dello scrivere a Venezia: gli scalini salgono sempre e non scendono mai. A causa della consistenza del terreno e del fenomeno dell'acqua alta non c'è possibilità di costruire scendendo, ma solo salendo. Scrittori e aspiranti tali, mi raccomando, ricordatevelo.

Vi lascio con un'altro estratto del romanzo e… state in campana! Presto ospiterò uno speciale proprio su D'amore e di ventura: ci saranno indizi, dietro le quinte e premi in palio! Non mancante!


Afferrò un vaso, lo scagliò contro lo specchio e il prezioso cristallo esplose in schegge lucenti; poi si avvicinò e ammirò di nuovo la propria immagine scomposta, quasi grottesca, nei frammenti rimasti.
Un sorriso amaro gli alterò i lineamenti. Cosa ne farai della tua faccia d'angelo? Dov'eri, Cesare? Dov'eri, maledetto?
La mano scese a stringere l'elsa del pugnale alla cintura e il braccio fece ciò che la sua mente aveva già deciso.
Portò l'arma al viso, la puntò all'altezza dello zigomo e conficcò la lama nella carne, poi con un unico taglio deciso si squarciò il volto sino al mento. Il coltello aprì un orribile sfregio, ma Cesare non fiatò, non si lamentò, non gemette. Raccolse il mantello con l'insegna dei Montefeltro, ne strappò un pezzo e lo intinse nel proprio sangue e poi in quello delle due donne, legandoselo stretto al polso.
Vendetta era giurata.

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