Tra parole d'inchiostro. Capitolo secondo


Capitolo secondo


Myra ancora non riusciva a capacitarsi degli avvenimenti dell’ultima mezz’ora. L’autore del best seller storico del momento era entrato con estrema nonchalance nel suo negozio, una minuscola libreria in uno sperduto paese di campagna, a cercare non un libro, ma lei… e non lo aveva riconosciuto. Doveva decisamente iniziare a osservare un po’ di più ciò che aveva intorno. O almeno a guardare il retro dei libri.
Prima di tornare a casa, respirando un po’ d’aria fresca dopo essere rimasta rinchiusa tutto il giorno tra i gli scaffali e concedendosi di sospirare davanti a una vetrina dove un abito turchese le aveva rubato il cuore, aveva svolto un paio di commissioni: spese dal fruttivendolo all’angolo, una puntatina dal droghiere un attimo prima che chiudesse e imbucare alcune lettere. Chiudendosi finalmente alle spalle la porta e il freddo dell’inverno, la ragazza lasciò cadere i sacchetti della spesa sul bancone della cucina, prima di togliersi il cappotto e appenderlo ai ganci dell’ingresso.
«Ahhh» esclamò Myra quando si sfilò le scarpine con il tacco. Niente di esagerato, solo un paio di centimetri per sentirsi più femminile. Le piaceva vestirsi con gonne corte, a portafoglio, a balze, di jeans come di lana. Ma sua passione erano le gonne in tessuto scozzese, semplicemente non sapeva resistere. La facevano sentire sbarazzina, anche se in realtà era la persona più timida e tranquilla del mondo.
Camminando scalza sul parquet, la ragazza ritornò in cucina, dove mise la spesa nel frigorifero e si diresse ai fornelli. Un attimo dopo scosse la testa e tornò indietro. “No, le patate non vanno in frigo”, pensò tirandole nuovamente fuori. “Dove ho la testa?”.
Una vocina maliziosa le disse esattamente dove fosse ma, arrossendo, Myra scacciò quei pensieri e si sforzò di concentrarsi sulla cena.
Tornata davanti ai fuochi, decise di preparare un veloce risotto. Adorava passare il suo tempo in cucina, quasi quanto amava accoccolarsi sulla sua poltrona preferita, giù alla libreria, a leggere un buon romanzo. Era il modo migliore per dimenticare ciò che aveva intorno e lasciar viaggiare la mente.
Mentre il riso borbottava nella pentola, Myra si sciolse la treccia stiracchiandosi. Sbuffò quando una ciocca rossa le scivolò davanti agli occhi e, con un gesto che ripeteva ogni giorno a quell’ora, lo spostò dietro un orecchio. Quando il timer trillò avvisandola della fine della cottura, la ragazza assaggiò il risotto con un cucchiaino. Era decisamente pronto, cremoso e denso come piaceva a lei.
“Forse ho esagerato con la noce moscata”, si disse. “Poco male.”
Aveva la mania - almeno secondo sua madre - di mettere quella spezia ovunque, ma Myra era dell’idea che desse qualcosa in più alle pietanze che preparava. Aggiunse del parmigiano e, mentre il risotto finiva di mantecarsi, stese una tovaglietta azzurra sul tavolino del soggiorno, attenta a non rovinarlo, poi scelse una commedia romantica tra i suoi dvd. Si versò un bicchiere d'acqua fresca, quindi si accomodò sul divano col piatto in grembo, pronta a gustarsi cena e film, esattamente quello che ci voleva dopo una giornata di lavoro.
Nel momento di maggior pathos - ossia quando la protagonista finalmente si accorgeva di essere innamorata del suo migliore amico - il telefono squillò.
«Pronto?» In realtà Myra sapeva chi fosse all’altro capo del filo. Solo una persona la chiamava a quell’ora.
«Myra!» le rispose una voce allegra.
La ragazza non poté fare a meno di sorridere. Sentire la sua migliore amica la riempiva sempre di felicità. Aveva lasciato il paese da ormai due mesi, e la lontananza era sempre più difficile da sopportare.
«Ciao Hetty!» rispose Myra, afferrando un cuscino e accoccolandosi meglio sul divano. «Come stai?»
«Sono stata meglio, la mia coinquilina mi ha detto che da febbraio dovrò cercami un altro appartamento!»
«Ma non ti aveva garantito che non ci sarebbero stati problemi? Cos’è successo?»
«Già… dopo appena due mesi ha deciso di ritirarsi dall’università, ma ormai abbiamo pagato la casa fino a gennaio. Sai che questo appartamento non mi piace quindi, anche se potessi, non resterei qui da sola. Mi toccherà cercare nuovamente tra gli avvisi in bacheca all’Accademia, uffa, ma magari sarò più fortunata. Magari troverò un affascinante ragazzo che cerca una compagna di stanza… Ma non parliamo di questo, voglio sapere dello scrittore!»
Infatti appena Mr. Prince era uscito e Myra si era resa conto di chi fosse, aveva mandato un messaggio all’amica raccontandole in breve l’accaduto.
«Allora?» Insistette Hetty. «Com’è? È bello? Scommetto che ha i capelli scuri, come piace a te… anche perché in caso contrario non lo avresti degnato di uno sguardo».
«Mi conosci troppo bene» ridacchiò Myra, «Si, ha i capelli scuri, ed è molto bello. Se vuoi farti un’idea - mooolto idea - ripensa a Mr. Luglio.»
«Il focoso giocatore di rugby del calendario Dieux de Stade? Quello con uno splendido lato B?». L’amica era incredula. Myra immaginò fin troppo bene la sua espressione.
«Lui» rispose, arrossendo al ricordo della foto.
Dopo un secondo di silenzio Hetty parlò, «Beh, la prossima volta che lo vedi chiedigli se ha un fratello o un cugino».

***

Il giro in libreria si era rivelato più fruttuoso del previsto, pensò James uscendo dall’auto. Innanzi tutto aveva trovato un segnalibro - il suo era “misteriosamente” sparito quella mattina - e si era trovato davanti una ragazza giovane e decisamente carina, ben diversa dall’idea che si era fatto di un’aspirante bibliotecaria, disponibile ad aiutarlo con la catalogazione dei libri. O almeno lo sarebbe stata se non si fosse improvvisamente spaventata per la mole di lavoro. La biblioteca, perché di fatto quello era, contava più di tremila volumi: alcuni semplici romanzi o saggi recenti, per cui schedabili con facilità, ma altri erano volumi rari e antichi.
Attraversato il garage, si diresse verso la porta che collegava l’autorimessa con la villa ma, quando tentò di aprirla, la trovò bloccata. Tutto il buon umore svanì, sostituito da ondate di rabbia.
«Alfred!» ringhiò contro il legno. «Apri questa dannatissima porta!».
Non dubitava che il suo maggiordomo si trovasse dall’altro lato, con il volto impassibile e senza alcuna intenzione di fare ciò che gli era stato chiesto.
Insieme alla casa, di cui era probabilmente coetaneo, James aveva ereditato anche il fedelissimo Alfred, con la clausola di tenerselo fino a quando fosse stato lui stesso a volersene andare. Cosa che, riteneva, non avrebbe mai fatto, solo per il piacere irritarlo.
Dopo alcuni minuti di attesa inutile, James decise di entrare dal portone principale, anche se ciò avrebbe significato inzupparsi nuovamente. Com’era prevedibile, giunto a un metro dall’ingresso, quest’ultimo venne aperto dal maggiordomo.
«Buona sera Mister. Ha trovato ciò che cercava?»
L’irritazione di James crebbe ulteriormente. Ora, un massiccio vaso accanto al portone ospitava ben cinque ombrelli, mentre quando era uscito non c’era stato verso di trovarne uno. Tuttavia evitò di dar voce ai suoi pensieri e, ignorando deliberatamente Alfred, si diresse verso il guardaroba, dove appese cappotto e cappello.
«Per oggi puoi andare Alfred, non avrò bisogno di te.»
«Ma Mr. Prince, la cena-». James doveva ammettere che era un ottimo attore: sembrava che davvero non si aspettasse le sue parole malgrado fossero sempre le stesse ogni giorno.
«Sarò in grado di cavarmela da solo». “E non voglio riprovare l’esperienza dell’altro giorno”, pensò cupo. Per quando non fosse un ottimo cuoco, non sarebbe mai morto per ciò che cucinava, come sarebbe potuto accadere se avesse lasciato che fosse il maggiordomo a farlo. Alcuno giorni prima, in un attimo di distrazione, aveva acconsentito a farsi preparare un pranzo veloce e per poco non era stato avvelenato.
Con la coda dell'occhio vide il vecchio maggiordomo, rigido come un fusto nel completo nero che puzzava di naftalina, stringere le labbra in una linea sottile, probabilmente seccato per non aver potuto continuare a infierire sul nuovo proprietario.
James sapeva molto poco dello zio da cui aveva ereditato casa e personale, ma era certo che si fosse trovato sempre bene con Alfred, fissato com'era con l'etichetta e la certezza di essere superiore agli altri per diritto di nascita. Era uno dei mille motivi che avevano causato l’allontamento dal fratello più giovane, il padre di James, che aveva deciso di sposare una ragazza del tutto normale, priva quindi anche d'una singola goccia di sangue blu. Mancato Mr. William Prince, Alfred ora perseguiva nell’odiare il ramo cadetto della famiglia e questo si rispecchiava nei suoi modi.
Raggiunta la cucina, appena rinnovata come tutto il resto del mobilio, James aprì il frigo e lo trovò praticamente vuoto. Non volendo neanche immaginare cosa fosse accaduto alle pietanze che fino a quella mattina erano lì, si accontentò di un semplice toast accompagnato da un bicchiere di vino rosso.
Dopo una così lauta cena, si diresse verso lo studio dove si rinchiudeva per scrivere in pace, o quasi. Tuttavia sapeva che in quel momento non sarebbe mai riuscito a scrivere alcunché, non con l’immagine della ragazza della libreria che gli tornava in mente. Un altro motivo per cui si era allontanato dal suo moderno appartamento in città e si era trasferito nella villa di famiglia, oltre al cercare un ambiente in cui scrivere, era perché desiderava allontanarsi il più possibile dalla sua ex fidanzata.
Non avrebbe dovuto mettersi a pensare ad altre donne, ma non riusciva a scacciare il ricordo della libraia. Minuta, graziosa, con lunghi capelli rossi raccolti in una treccia e due grandi occhi verdi. Probabilmente era dovuto al fatto che, quando aveva chiesto informazioni, domandando dove poteva trovare qualcuno che se ne intendesse di libri, l'avevano indirizzato tutti alla libreria nel centro del paese. Si era aspettato di trovare una signora in là con gli anni, e poco entusiasta all'idea di lavorare al di fuori dal negozio. Trovare una ragazza che dimostrava poco meno della sua età era stata una piacevole sorpresa.
A distrarlo dai suoi pensieri fu il tintinnio proveniente dal computer, che lo avvisava dell’arrivo di una mail.
Forse, dopo tutto, quella sera avrebbe scritto comunque.

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