Prossimamente in libreria #28

Uscirà solo il due settembre ma ecco per voi l'anteprima di questo nuovo romanzo edito Mondadori Chrysalide… e il primo capitolo tutto da leggere!

Titolo originale: The Sea of Tranquility
Genere: Romantico, Contemporaneo
Target: Young Adult +
Editore: Mondandori
Collana: Chrysalide
Data di pubblicazione: 2 Settembre 2014
N°pagine: 420
Trama: A soli diciassette anni Nastya era una promessa della musica, ma ora ha perso tutto: la sua identità, la voglia di vivere, la voce. Da 452 giorni ha smesso di parlare, e l'unica cosa che desidera è tenere nascosto il motivo del suo silenzio. La storia di Josh, invece, non è un segreto: in poco tempo ha perso tragicamente le persone più care che aveva accanto, e ora cosa gli rimane? Di giorno: gli sguardi giudicanti degli altri addosso. Di notte: scolpire il legno in solitudine. Quando sembra non esserci più luce né speranza, Nastya e Josh si trovano e le sensazioni sopite esplodono inarrestabili dal corpo e dal cuore. Due lontananze si incontrano, trovando l'una nell'altra la forza di superare il passato e rinascere davvero.

Odio la mia mano sinistra. Odio guardarla. Odio quando si blocca e trema, a ricordarmi che ho perso la mia identità. Ma la guardo comunque, perché mi ricorda anche che riuscirò a scovare chi mi ha portato via tutto. Ucciderò il ragazzo che mi ha uccisa, e lo farò con la mano sinistra.

Capitolo 1
Nastya

Morire non è poi così male dopo la prima volta. Lo so per esperienza.
La morte non mi spaventa più.
È tutto il resto a spaventarmi.
Agosto in Florida significa tre cose: caldo, umidità opprimente e scuola. Scuola. Sono più di due anni che non ci torno. A meno che uno non consideri scuola starsene seduti al tavolo della cucina a studiare da privatisti con la propria madre, e per me non lo è di certo. È venerdì. Il mio ultimo anno di liceo inizia lunedì, ma non mi sono ancora iscritta. Se non mi presento oggi, non avrò un orario lunedì mattina, e mi toccherà aspettare in ufficio finché non me lo daranno. Mi sa che preferisco evitare la pessima scena da film anni Ottanta in cui il primo giorno arrivo già in ritardo e tutti smettono di fare quello che stanno facendo per fissarmi. Anche se esiste di peggio nella vita, sarebbe comunque una seccatura.
Mia zia svolta nel parcheggio della Mill Creek Community High School con me al rimorchio. È una scuola come tutte le altre. Se non si considera il colore putrido delle pareti e il nome sulla targa, è uguale identica a quella dove andavo prima. Margot – mi ha fatto rinunciare a “zia” perché la fa sentire vecchia – abbassa il volume della radio che ha tenuto a palla per l’intera durata del viaggio. Per fortuna il tragitto è breve, perché i rumori forti mi danno fastidio. Non è il suono in sé, ma il volume alto. I suoni forti finiscono per inghiottire quelli deboli, e i suoni deboli sono quelli che fanno più paura. Ora posso farcela perché sono in macchina, e di solito in macchina mi sento al sicuro. Fuori è un altro discorso. Non mi sento mai al sicuro, fuori.
«Tua madre si aspetta una telefonata quando hai fatto qui» mi dice Margot. Mia madre si aspetta un sacco di cose che non otterrà mai. Nell’economia del tutto, una telefonata non è una pretesa esagerata, ma questo non significa che debba averla vinta per forza. «Cerca almeno di mandarle un messaggio. Quattro parole. Registrazione fatta. Tutto bene. Se poi ti senti particolarmente generosa, alla fine puoi anche aggiungerci una faccina sorridente.»
La osservo di traverso dal posto del passeggero. Margot è la sorella minore di mamma, una decina d’anni in meno. È l’opposto di lei quasi in tutto. Non le somiglia per niente, il che vuol dire che non somiglia neanche a me, visto che io sono la copia sputata di mia madre. Margot ha i capelli biondo sporco, gli occhi azzurri e un’abbronzatura costante che mantiene con facilità lavorando di notte e sonnecchiando di giorno a bordo piscina, anche se è infermiera e dovrebbe sapere che non fa bene alla pelle. Io ho un incarnato pallido, occhi castano scuro e capelli lunghi, mossi, quasi neri ma non proprio. Lei sembra uscita da una pubblicità della Coppertone. Io da una bara. Solo uno stupido potrebbe pensare che siamo parenti, anche se è una delle poche certezze che mi rimangono.
Ha ancora quel sorriso furbetto stampato in faccia, consapevole del fatto che, pur non avendomi convinta a tranquillizzare mia madre, è riuscita comunque a instillarmi un po’ di senso di colpa. Impossibile provare antipatia per Margot, anche mettendosi d’impegno, il che me la fa odiare un po’, perché io non sarò mai come lei. Mi ha accolto in casa sua non perché io non abbia altri posti dove andare, ma perché non resisterei da nessun’altra parte. Per sua fortuna, le tocca vedermi solo di sfuggita, perché una volta iniziata la scuola non saremo quasi mai a casa negli stessi orari.
Ma anche così, dubito che accollarsi una teenager cupa e musona sia il massimo dell’aspirazione per una single poco più che trentenne. Io non lo farei, ma d’altronde non sono un tipo generoso. Forse è per questo che scappo a gambe levate da tutti quelli che mi vogliono bene. Se potessi starmene da sola, lo farei. Ben volentieri. Lo preferirei, piuttosto che dover far finta di stare bene. Ma non ne ho la possibilità. Perciò mi accontento di stare con qualcuno che, almeno, non mi vuole così tanto bene. Sono grata a Margot, anche se non glielo dico. In verità, non le dico mai nulla. No, decisamente no.
La segreteria della scuola è un caos. Telefoni che squillano, fotocopiatrici a pieno ritmo, voci ovunque. Ci sono tre file davanti allo sportello. Non so a quale accodarmi, quindi opto per quella più vicina alla porta e mi affido alla buona sorte. Margot entra di volata alle mie spalle e mi trascina con sé superando tutte le file, fin davanti alla segretaria. Fortuna che l’ho vista arrivare, altrimenti, non appena mi ha posato la mano sulla spalla, si sarebbe ritrovata faccia a terra con il mio ginocchio piantato nella schiena.
«Abbiamo un appuntamento con il signor Armour, il preside» dice con fare autoritario. Margot, l’adulto responsabile. Oggi recita la parte di mia madre. È un lato di lei che non vedo spesso. Preferisce il ruolo della zia alla moda. Non ha figli, quindi è tutto una novità per lei. Non sapevo nemmeno che avessimo un appuntamento, ma ora ne capisco il motivo. La segretaria, una donna sulla cinquantina dall’aspetto sgradevole, ci indica un paio di sedie accanto a una porta chiusa di legno scuro.
C’è da aspettare solo pochi minuti, e nessuno sembra notarmi o accorgersi della mia presenza. L’anonimato è piacevole. Chissà quanto durerà. Mi osservo da fuori. Non mi sono agghindata per la visita di oggi. Pensavo di arrivare lì, compilare qualche scartoffia, consegnare la lista delle vaccinazioni e tanti saluti. Non mi aspettavo di trovare orde di studenti che affollano l’ufficio. Ho indosso un paio di jeans e una maglietta nera con lo scollo a V, entrambi un pochino – okay, molto – più aderenti del dovuto, ma per il resto del tutto normali. È con le scarpe che mi sono messa d’impegno. Tacchi a spillo neri. Dodici centimetri di follia. Non li uso tanto per l’altezza, anche se ne avrei bisogno, quanto per l’effetto d’insieme. Oggi ne avrei fatto anche a meno, solo che dovevo esercitarmi. Il mio equilibrio sui tacchi è migliorato, ma ho pensato che una prova generale non sarebbe guastata. Vorrei evitare di finire gambe all’aria il primo giorno di scuola.
Guardo l’orologio alla parete. La lancetta dei secondi si muove avanti e indietro nella mia testa, anche se so benissimo che è impossibile sentirne il ticchettio con tutto questo baccano. Come vorrei poter cancellare i rumori dalla stanza. Ci sono troppi suoni tutti insieme, e il mio cervello tenta di filtrarli, di separarli in mucchietti ben ordinati, ma è quasi impossibile con tutti gli apparecchi meccanici e le voci che si confondono. Apro e chiudo la mano in grembo e spero che ci facciano passare presto.
Dopo minuti che sembrano ore, la pesante porta di legno si apre e veniamo condotte all’interno da un tizio sulla quarantina con camicia e cravatta male assortite. Sorride calorosamente prima di tornare a infilarsi dietro la scrivania in una poltrona di pelle fuori misura. La scrivania è troppo grande per questo ufficio. Ovviamente il mobilio è pensato per incutere timore, dato che lui non ci riesce. Bastano poche parole per inquadrarlo subito come un uomo dal cuore tenero. Spero di non sbagliarmi. Avrò bisogno del suo appoggio.
Mi accomodo in una delle due poltroncine di pelle bordeaux davanti alla scrivania del signor Armour. Margot sprofonda in quella accanto alla mia e parte con la sua tirata. Rimango ad ascoltarla per alcuni minuti mentre gli spiega la mia “situazione particolare”. Particolare, eccome. Man mano che entra nei dettagli, vedo il signor Armour lanciare occhiate fugaci verso di me. Gli occhi gli si dilatano appena mentre mi osserva più da vicino, finché noto il suo sguardo illuminarsi. Mi ha riconosciuta. Sì, sono io. Si ricorda di me. Fossi andata più lontano, mi sarei potuta risparmiare anche questa. Il mio nome non avrebbe suscitato reazioni, e men che meno la mia faccia. Ma siamo ad appena due ore di macchina dal fattaccio, e basta che una sola persona metta insieme tutti i pezzi per ritrovarmi al punto esatto in cui ero. Non posso rischiare, quindi eccoci sedute qui, nell’ufficio del signor Armour, tre giorni prima dell’inizio del mio ultimo anno di liceo. Meglio fare tutto all’ultimo. Anche se almeno questo non è imputabile a me. I miei si sono opposti con tutte le loro forze al trasferimento, ma alla fine si sono arresi. Forse dovrei ringraziare in parte Margot. Anche se immagino che l’aver spezzato il cuore di mio padre abbia aiutato non poco la mia causa. E, probabilmente, erano tutti stanchi e basta.
In questo momento sono disinteressata alla conversazione e osservo l’ufficio del preside. Non c’è molto con cui distrarsi: un paio di piante da interno che avrebbero bisogno di una bella annaffiata e alcune foto di famiglia. Il certificato di laurea appeso alla parete è dell’università del Michigan. Il nome di battesimo è Alvis. Hmmm. Che cavolo di nome è Alvis? Secondo me non ha nemmeno un significato, ma conto di verificare meglio più tardi. Sono lì a soppesare mentalmente le possibili etimologie, quando vedo Margot che estrae un faldone e glielo consegna.
Referti medici. Tonnellate.
Mentre lui dà un’occhiata alla documentazione, il mio sguardo viene attirato dal temperamatite di metallo a manovella sulla sua scrivania. Mi sembra davvero strano. La scrivania è un bel mobile di ciliegio, ben diverso dai tavolacci di plastica che di solito spettano agli insegnanti. Perché mai uno debba montarci sopra un temperamatite così antiquato è un mistero. Vorrei chiederglielo. Invece mi concentro sulla rotella con i buchi per le matite di grandezze diverse e mi domando se il mio mignolo riuscirebbe a entrare in uno di quelli. Penso a quanto sarebbe doloroso temperarmi il dito, a quanto sangue ne uscirebbe, quando avverto un mutamento nel tono di voce del signor Armour.
«Affatto?» Sembra nervoso.
«Affatto» conferma Margot, sfoggiando in pieno il suo tipico atteggiamento canzonatorio, stile “niente cazzate”.
«Capisco. Be’, faremo il possibile. Mi assicurerò che gli insegnanti vengano messi al corrente prima di
lunedì. Ha già compilato il modulo per la scelta dei corsi?» E come da copione, eccoci arrivati al punto in cui lui si mette a parlare di me come se non fossi presente. Margot gli consegna il modulo e lui gli dà un’occhiata veloce. «Lo porto subito all’ufficio iscrizioni, così per lunedì mattina possono già darle l’orario delle lezioni. Non posso prometterle nulla riguardo alle materie facoltative. La maggior parte dei corsi sono già pieni ormai.»
«Capiamo perfettamente. Sono certa che farà il possibile. Apprezziamo la sua disponibilità e, ovviamente, la sua discrezione» aggiunge Margot. È un avvertimento. Vai così, Margot. Ma temo sia tempo perso con lui. Ho come l’impressione che voglia davvero essere d’aiuto. Per di più, mi sa che lo metto a disagio, il che significa che probabilmente vorrà vedermi il meno possibile.
Il signor Armour ci accompagna alla porta, stringendo la mano di Margot e annuendo quasi impercettibilmente verso di me, con un sorriso forzato che penso sia di pietà o, forse, di disgusto. Poi, altrettanto rapidamente, distoglie lo sguardo. Ci segue nel caos della segreteria e ci chiede di attendere un istante mentre si dirige in fondo al corridoio fino all’ufficio iscrizioni con la mia documentazione.
Mi guardo attorno e vedo che molta della gente che c’era prima è ancora in fila ad aspettare. Ringrazio chiunque sia il dio che ancora crede in me. Pulirei un bagno chimico con la lingua piuttosto che starmene altri trenta secondi in mezzo a questo casino. Ci stringiamo contro la parete per intralciare il meno possibile il passaggio. Non ci sono più sedie libere.
Do un’occhiata in cima alla fila, dove un bambolotto alla Ken sfodera il suo sorriso da orgasmo alla Signorina Acida dall’altra parte del bancone. Lei è davvero raggiante, avvolta com’è dall’aura di seduzione che emana il ragazzo. Non la biasimo. È il tipico belloccio che trasforma donne normalmente rispettose di se stesse in perfette idiote. Mi sforzo di captare la loro conversazione, qualcosa riguardo a un posto da stagista. Bastardo di un paraculo. Lui piega la testa di lato e dice qualcosa che fa ridere la Signorina Acida e le fa scuotere la testa con rassegnazione. Ha ottenuto quello che voleva, qualunque cosa fosse. Osservo la piccola variazione nel suo sguardo. Lo sa anche lui. Sono quasi ammirata.
Mentre è lì che aspetta, la porta si apre ed entra una ragazza di una bellezza da capogiro, che si mette a scandagliare la stanza finché il suo sguardo non si ferma su di lui.
«Drew!» strilla in mezzo al baccano generale, e tutti si voltano. Sembra assolutamente indifferente all’attenzione suscitata. «Non mi va di stare tutto il giorno seduta in macchina! Sbrigati!» La osservo per bene mentre lo incenerisce con lo sguardo. È bionda come lui, anche se i suoi capelli sono più chiari, come di una che abbia trascorso l’intera estate sotto il sole. È attraente nel modo più ovvio possibile, indossa un top rosa che riempie bene nei punti giusti, con tanto di borsetta Coach di un rosa ossessivamente coordinato. Lui sembra lievemente divertito dalla sua incazzatura. Dev’essere la sua ragazza. Una coppia perfetta, penso. Il Ken strappa-mutande con Principessa Barbie Broncio: misure inarrivabili, borsetta di lusso ed espressione infastidita inclusi!
Lui alza un dito per segnalarle che gli ci vorrà solo un minuto. Io avrei scelto un dito diverso. Sorrido al pensiero. Alzo lo sguardo e lo becco che mi sorride a sua volta, con gli occhi pieni di malizia.
Alle sue spalle, la Signorina Acida scarabocchia velocemente qualcosa sul suo modulo e lo firma. Glielo riconsegna, ma lui ha ancora lo sguardo fisso su di me. Io gli indico la signorina e alzo le sopracciglia. Non vuoi pigliarti quello per cui sei venuto? Lui si volta, le prende il modulo di mano, la ringrazia e le fa l’occhiolino. Fa l’occhiolino alla segretaria in menopausa. È talmente spudorato da sembrare quasi sincero. Quasi. Lei torna a scuotere la testa e lo scaccia via bonariamente. Ottimo lavoro, Ken, ottimo lavoro.
Mentre mi godevo lo psicodramma da ufficio, Margot parlottava a bassa voce con una tizia che immagino sia la consulente alle iscrizioni. Drew, che ho una disperata voglia di continuare a chiamare Ken, è ancora in piedi accanto alla porta, a chiacchierare con un paio di ragazzi in fondo alla fila. Mi domando se lo faccia apposta per far aumentare l’incazzatura di Barbie. Non che ci voglia molto.
«Andiamo.» Ricompare Margot, spingendomi verso l’uscita.
«Scusate!» echeggia la voce stridula di una donna, prima che riusciamo a imboccare il portone. L’intera fila si volta all’unisono, a osservare la donna che alza in aria un faldone verso di me. «Come si pronuncia questo nome?»
«Na-sty-a» sillaba Margot mentre io mi sento morire dentro, consapevole di tutta la gente che ci circonda. «Nastya Kashnikov. È russo.» Le ultime due parole se le lancia alle spalle, evidentemente orgogliosa di sé per qualche oscuro motivo, prima di dirigerci fuori dalla porta con lo sguardo di tutti puntato sulla schiena.
Arrivate alla macchina, Margot fa un sospiro e torna all’atteggiamento che mi è più familiare. «Be’, anche questa è fatta. Per ora» dice. Poi mi lancia uno dei suoi sorrisi smaglianti, da pin-up a stelle e strisce. «Gelato?» mi chiede, ma è come se ne avesse più bisogno lei di me. Sorrido anch’io, perché malgrado siano le dieci e mezzo, c’è una sola risposta a questa domanda.


Devo dire che questo romanzo mi ispira tantissimo e quasi sicuramente finirà tra le mie letture di fine estate.
A voi come sembra? Pensate di leggerlo oppure no?

Black Friars. Read Along - Chiedi a Virginia!


Ebbene sì, anche se la Read Along si è conclusa, noi non abbiamo finito di tartassarvi!

All'inizio della Read Along avevamo fatto un'allusione alla presenza di un ospite speciale. Ormai avete indovinato, non è vero?
La sempre disponibilissima Virginia de Winter, l'autrice di questi quattro adorabili mattoncini, si è messa a nostra, ma soprattutto vostra, disposizione per rispondere ad alcune domande dei suoi lettori.
Anche se non avete partecipato alla Read Along, o se non avete ancora completato la saga, ma avete qualche dubbio oppure qualche curiosità che volete togliervi, potete lasciare un commento!
Noi, una volta raccolte tutte le domande, le manderemo a Virginia e lei, con calma, risponderà. Quando avremo tutte le risposte pubblicheremo un post con tutto quello che ci ha svelato Virginia.
Sbizzarritevi!

Sei il mio buio. Sei la mia luce di J.A. Redmerski

Buongiorno lettori, ecco a voi un'altra recensione della carrellata di libri che lo letto lo scorso weekend.
È il terzo capitolo, seppur completamente autonomo, della - chiamiamola così - trilogia di J.A. Redmerski iniziata con Il confine di un attimo che ho adorato con tutto il cuore.

Titolo originale: Song of the Fireflies
Serie: The Edge of Never, n°3
Genere: Romantico, Contemporaneo
Target: New Adult
Casa editrice: Fabbri
Data di pubblicazione: 14 luglio 2014
N°pagine: 465
Trama: Si può amare tanto da sentirsi mancare il fiato? Tanto da perdersi, da piangere, da urlare? Si può amare troppo? Elias e Bray sono fatti l’uno per l’altra, da sempre. Sono le metà perfette di una meravigliosa unità.
Il loro amore è sbocciato una calda sera d’estate, quando erano solo due bambini, in un prato illuminato da centinaia di lucciole.
Crescendo, però, la paura di soccombere a un rapporto così intenso, così esclusivo da essere quasi insopportabile, li ha allontanati l’uno dall’altra. Finché Bray non si rende conto che Elias è l’unico legame vero della sua vita, l’unica persona che può salvarla dagli abissi in cui sta per sprofondare, e decide di tornare.
Di tornare da lui che, nonostante tutto, non l’ha mai dimenticata. Le cose sono finalmente perfette e la passione che hanno cercato di soffocare in tutti i modi può finalmente vivere di nuovo... Almeno fino a quando una notte fatale non cambia tutto. Bray commette un terribile errore dalle conseguenze drammatiche: potrebbe essere accusata della morte di una ragazza. Il sogno d’amore di Bray ed Elias rischia di andare in frantumi, e i due ragazzi decidono di fuggire. Insieme. Inizia così un’avventura on the road in cui il rischio di perdersi tra alcool, droghe e incontri sbagliati è forse più grande del pericolo da cui stanno scappando. Sono due anime in fuga. Dal passato, da se stessi, dal destino. L’unico rifugio è il loro amore, quell’amore oscuro che li può salvare o perdere.
Il primo amore non si scorda mai. Per Elias e Bray malgrado non se ne siano accorti subito.
Bray e Elias si sono incontrati la prima volta il 4 luglio di diciassette anni prima: Bray era la nuova bambina, un po' spericola e introversa, appena arrivata in città; Elias invece il figlio di due genitori separati che non si mette mai nei guai prima del suo arrivo.
Basta poco perché diventino inseparabili, legati da una amicizia profonda e senza fine che cela al suo interno altri sentimenti.
Passano gli anni e quando Elias cerca di trasformare ciò che hanno in ciò di cui hanno bisogno entrambi, Bray che nasconde anche al suo migliore amico le sue paure e i suoi problemi, scappa lasciandoselo alle spalle pur sapendo di aver fatto l'errore più grande della sua vita.
Passano quattro anni prima che si trovino e riescano a stare insieme. Ma un incidente che cambierà la loro vita li porterà a scappare lontano dalla loro città, in un viaggio on the road, che li porterà a sfiorare le vite di molte persone come Andrew e Camrym - i protagonisti de Il confine di un attimo e Il confine dell'eternità - e conoscersi ancora meglio, in modo ancora più profondo.
Il romanzo si articola tra un continuo cambio di punto di vista tra Bray e Elias (anche se mi è sembrato maggiormente presente quello di quest'ultimo) e un lungo flashback, anch'esso che spaziava tra diversi anni, raccontandoci avvenimenti maggiori e minori delle vite dei protagonisti.
Devo dire che ero un po' preoccupata quando ho iniziato questo romanzo perché Il confine dell'eternità non mi aveva entusiasmato come il primo romanzo e non sapevo cosa aspettarmi. Fortunatamente sono bastate poche pagine per rendermi conto che la mia paura era del tutto infondata: Sei il mio buio. Sei la mia luce è un ottimo romanzo, i cui protagonisti per quanto non possa averli sentiti troppo vicini mi sono piaciuti molto e lo stile che mi aveva conquistato insieme alla storia in Il confine di un attimo è sempre presente.
Se non avete letto i due romanzi precedenti potete tranquillamente leggere quest'ultimo libro senza nessun problema e sono certa che non ve ne pentirete!

Dieci piccoli respiri di K. A. Tucker

Questa estate è stata ricca di uscite e oggi vi parlerò proprio di una di queste.
Ne avevo sentito parlare quando è arrivata la notizia della sua traduzione in italiano ed è bastato leggere la trama per capire che non poteva mancare nella mia libreria.

Titolo originale: Ten tiny breath
Serie: Ten tiny breath, n°1
Genere: Romantico, Contemporaneo
Target: New Adult
Editore: Newton&Compton
Data di pubblicazione: 10 luglio 2014
N°pagine: 288
Trama: Kacey Clearly aveva solo vent’anni quando la sua vita è andata in pezzi. Un terribile incidente automobilistico le ha portato via i suoi genitori, il suo fidanzato e la sua migliore amica. Ora, dopo quattro anni trascorsi a casa degli zii nel Michigan, Kacey decide di fuggire via per sempre. Una notte lei e sua sorella Levie prendono un autobus per Miami e lì, nonostante le difficoltà economiche, possono finalmente ricominciare a progettare una nuova vita. Kacey però non è ancora pronta a lasciarsi alle spalle il passato e stringere nuove amicizie, neppure se a chiederglielo è l’affascinante vicino, Trent Emerson, un enigmatico ragazzo dagli ipnotici occhi blu. Eppure Trent è deciso a far breccia nel suo cuore, e presto Kacey dovrà smettere di stare chiusa a riccio e arrendersi al suo amore…
La vita di Kacey è andata in pezzi quattro anni prima con un incidente d'auto. Di ritorno da una partita i genitori, la migliore amica e il ragazzo di Kacey vengono portati via da un'altra auto in cui si trovavano tre ragazzi ubriachi.
Solo Kacey è sopravvissuta malgrado le ferite e la sua sorellina Livie è l'unica persona che le sia rimasta.
Dopo essere stata dimessa dall'ospedale è precipitata in una spirale auto distruttiva e solo per proteggere Livie riesce a staccarsene. Insieme le sue sorelle scappano da casa degli zii per rifugiarsi a Miami, in un piccolo appartamento preso in affitto per cercare di rincominciare la loro vita.
Dieci piccoli respiri ci parla di una ragazza che non si è lasciata vincere dal dolore: è forte, combattiva e pronta a fare qualsiasi cosa perché a sua sorella non manchi nulla.
Tuttavia non è neanche stata in grado di andare avanti con la propria vita. Sono l'improvviso arrivo di Trent Emerson nella sua vita sembra in grado di riportarle la gioia e abbattere quel muro dietro cui si era asserragliata.
Non è un libro semplice quello che vi aspettata durante la lettura e, se date uno sguardo alle "fasi" in cui è diviso lo capirete da voi: la prima metà del romanzo vi riempirà il cuore di speranza e vorreste che il lieto fine sia nella pagina successiva, ma la seconda metà potrebbe mettervi a dura prova.
Quando ho capito cosa stava per accadere ho temuto di non riuscire ad andare più avanti e una cara amica ha dovuto assicurarmi che le cose si sarebbero risolte. Ciò nonostante, la sensazione che quei piccoli respiri, quei dieci piccoli respiri mancassero anche a me non se n'è andata facilmente mentre leggevo una pagina dietro l'altra.
Come sempre quando incontro simili libri vi metto in guardia: non sono letture semplici e potrebbero davvero straziarvi il cuore. Sono però anche convinta che Dieci piccoli respiri sia uno di quei romanzi che non potete non leggere e ve lo consiglio spassionatamente.
K. A. Tucker è stata davvero una rivelazione e spero manchi poco all'uscita del suo prossimo romanzo incentrato sul Livie. Ha una stile che mi ha conquistato sin dalla prima pagina e una capacità di narrazione adatto a trasmettere in modo travolgente le emozioni della protagonista e farne provare altre ancora a noi lettori.

Magisterium. L'anno di ferro - Prologo e primo capitolo

Dieci giorni fa usciva Città del fuoco celeste e oggi la Mondadori ci regala il prologo e il primo capitolo della nuova fatica di Cassandra Clare e Holly Black in attesa di poter mettere le mani sulle Cronache di Magnus Bane e Lady Midgnight!
Chi è curioso?
Il libro uscirà in America il 9 settembre e qui da noi ai primi di novembre!

Holly Black e Cassandra Clare
MAGISTERIUM. L’ANNO DI FERRO
Traduzione di Beatrice Masini

PROLOGO


Da lontano, l'uomo che arrancava su per il fronte bianco del ghiacciaio poteva somigliare a una formica che zampetta lentamente sul bordo di un piatto. La baraccopoli di La Rinconada era una manciata di puntini sparsi molto più giù; il vento aumentava via via che lui saliva, soffiando sbuffi polverosi di neve sul suo volto e paralizzando i suoi ricci umidi e neri. Nonostante gli occhiali d'ambra, il suo volto era contratto in una smorfia per la luminosità del tramonto riflesso.
L'uomo non aveva paura di cadere, anche se non usava corde o ancoraggi, solo ramponi e una piccozza. Il suo nome era Alastair Hunt ed era un mago. Mentre saliva modellava e plasmava la materia gelata del ghiacciaio . Appigli per mani e piedi comparivano via via che avanzava a fatica.
Quando raggiunse la caverna, a metà del ghiacciaio, era mezzo congelato e del tutto sfinito per aver dedicato la propria forza di volontà a domare il peggiore degli elementi. Praticare la magia così a lungo gli risucchiava le forze,, ma non aveva osato rallentare.
La caverna si apriva come una bocca nel fianco della montagna. Impossibile scorgerla da sopra o da sotto. Si issò oltre l'imboccatura e trasse un profondo respiro rauco, maledicendosi per non essere arrivato prima, per essersi lasciato ingannare. A La Rinconada la gente aveva visto l'esplosione e sussurrato interpretazioni sul suo significato: il fuoco dentro il ghiaccio.
Il fuoco dentro il ghiaccio. Doveva essere un segnale di emergenza... o un attacco. La caverna era piena di maghi, troppo vecchi o troppo giovani per combattere, feriti e malati, madri di bambini molto piccoli che non potevano essere lasciati soli: come sua moglie e suo figlio. Erano stati nascosti lì, in uno dei luoghi più remoti della terra.
Magister Rufus aveva insistito: altrimenti sarebbero stati vulnerabili, ostaggi della sorte, e Alastair si era fidato di lui. Poi,
quando il Nemico della Morte non si era presentato per affrontare la rappresentante dei maghi, la giovane Makar sulla quale avevano concentrato tutte le loro speranze, Alastair aveva compreso il proprio errore. Si era precipitato a La Rinconada coprendo quasi tutta la distanza a dorso di un animale primitivo d'aria. Da lì aveva proseguito a piedi, dal momento che il controllo dei primitivi da parte del Nemico era imprevedibile e saldo. Più saliva, più la paura aumentava.
Fa' che stiano tutti bene, ripetè tra sé mentre faceva il suo ingresso nella caverna. Ti prego, fa' che stiano tutti bene.
Si sarebbe dovuto sentire il pianto dei bambini. Si sarebbe dovuto udire il ronzio basso delle conversazioni nervose e il borbottio della magia controllata. Invece c'era solo l'urlo del vento che spazzava la cima desolata della montagna. Le pareti della caverna erano di ghiaccio bianco, macchiato di rosso e bruno dove il sangue era schizzato e si era raggrumato. Alastair si tolse gli occhiali d'ambra e li lasciò cadere a terra, poi avanzò, aggrappandosi alle ultime stille di energia per restare diritto.
Le pareti emettevano un inquietante brillio fosforescente. Lontano dall'ingresso era la sola luce, e forse per questo inciampò nel primo corpo e quasi cadde in ginocchio. Si ritrasse con un urlo, poi trasalì sentendo il proprio grido tornare indietro in forma di eco. La maga caduta era carbonizzata, irriconoscibile, ma indossava il braccialetto di pelle con inchiodato il grosso pezzo di rame che la identificava come una studentessa del secondo anno del Magisterium. Non poteva aver avuto più di tredici anni.
Ormai dovresti essere abituato alla morte, si disse. Erano in guerra col Nemico da un decennio che a volte pareva un secolo. All'inizio era sembrato impossibile che un solo giovane, seppure un potente mago Makar, si fosse proposto di sconfiggere la morte in persona. Ma mentre il potere del Nemico cresceva, e il suo esercito di Creature del Caos aumentava, la minaccia era diventata sempre più atroce... ed era culminata in quello spietato massacro degli innocenti.
Alastair si alzò e si spinse più a fondo nella caverna, cercando disperatamente un volto fra tutti. Si fece strada oltre i corpi di anziani Magistri del Magisterium e del Collegium, figli di amici e conoscenti, maghi feriti in battaglie precedenti. Tra loro giacevano i corpi spezzati delle Creature del Caos, gli occhi turbinosi spenti per sempre. Anche se i maghi erano stati colti di sorpresa, dovevano aver reagito con forza per aver ucciso tanti soldati del Nemico. Con l'orrore che gli rimescolava le viscere, mani e piedi ormai insensibili, Alastair avanzò barcollando... finché la vide.
Sarah.
La trovò distesa sul fondo della caverna, contro una nebulosa parete di ghiaccio. Aveva gli occhi aperti, fissi sul nulla. Le iridi erano torbide e le ciglia incrostate di ghiaccio. Si chinò e le passò le dita sulla guancia fredda. Inspirò bruscamente, e il suo singhiozzo bucò l'aria.
Ma dov'era il loro figlio? Dov'era Callum?
Sarah stringeva nella destra un pugnale. Era abilissima nel plasmare i metalli recuperati dal profondo del suolo. Aveva forgiato lei quell'arma durante l'ultimo anno di Magisterium. Aveva un nome: Semiramis. Alastair sapeva che Sarah aveva molto cara quell'arma. Se devo morire, voglio morire stringendo il mio pugnale, gli diceva sempre. Ma lui non aveva voluto che morisse.
Sfiorò di nuovo con le dita la guancia gelida.
Un pianto lo fece voltare di scatto. In quella caverna traboccante di morte e silenzio, un pianto.
Un bambino.
Cercò affannosamente la fonte di quel flebile gemito. Sembrava arrivare da un punto più vicino all'ingresso. Tornò indietro di corsa, inciampando sui cadaveri, alcuni rigidi come statue, finché all'improvviso un altro volto familiare non lo fissò dalla carneficina.
Declan. Il fratello di Sarah, ferito nell'ultima battaglia. Sembrava essere stato soffocato a morte da una forma particolarmente feroce di magia d'aria; aveva il volto blu, gli occhi iniettati di sangue. Aveva un braccio teso, e sotto, protetto dal gelo del suolo da una coperta , c'era il figlio neonato di Alastair. Mentre lui lo fissava sbigottito, il bimbo aprì la bocca ed emise un altro debole gemito, quasi un miagolio.
Come in trance, tremante di sollievo, Alastair si chinò a raccogliere suo figlio. Il bambino lo guardò coi grandi occhi grigi e aprì la bocca per gridare di nuovo. La coperta cadde, e Alastair capì la ragione del pianto. La gamba sinistra del bambino penzolava in modo innaturale, come un ramo spezzato.
Alastair cercò di evocare una magia di terra per curare il bambino, ma aveva energia appena sufficiente per alleviargli un po' il dolore. Col cuore in tumulto, riavvolse stretto il bimbo nella coperta e tornò nel punto della caverna dove giaceva Sarah. Tenne il bimbo come se lei potesse vederlo e s'inginocchiò accanto al corpo di lei.
«Sarah» sussurrò, un nodo di lacrime in gola. «Gli dirò che sei morta per proteggerlo. Lo crescerò ricordando quanto sei stata coraggiosa.»
Gli occhi di lei lo fissarono, vuoti e pallidi. Strinse il bimbo più forte e si protese per sfilarle Semiramis dalla mano. Nel farlo notò che il ghiaccio accanto alla lama recava strani segni, come se l'avesse graffiato mentre moriva. Ma i segni erano troppo precisi. Si avvicinò e vide che erano parole - parole che sua moglie aveva inciso nel ghiaccio della caverna con le sue ultime forze, morendo.
Le lesse, e fu come ricevere tre colpi secchi nello stomaco.
UCCIDI IL BAMBINO

CAPITOLO UNO

Callum Hunt era una leggenda nella sua piccola città del North Carolina, ma non in senso buono. Celebre per la sua abilità nello smontare i supplenti con battute sarcastiche, era specializzato nell'irritare i direttori, i bidelli e gli inservienti della mensa. Gli psicologi scolastici, che partivano sempre animati dal desiderio di aiutarlo (la madre del povero ragazzo era morta, dopotutto), finivano per sperare che non si presentasse più davanti a loro. Era piuttosto imbarazzante non riuscire ad avere la risposta pronta per mettere al suo posto un dodicenne arrabbiato.
Il perenne cipiglio di Call, la chioma nera arruffata e i sospettosi occhi grigi erano ben noti ai suoi vicini. Amava andare sullo skateboard, anche se gli ci era voluto un po' per impadronirsi della tecnica; diverse auto recavano ancora i segni dei suoi primi tentativi. Spesso lo si vedeva appostato fuori dalle vetrine del negozio di fumetti, della sala giochi e del negozio di videogame. Perfino il sindaco lo conosceva. Difficile dimenticarsi di lui, dopo che il giorno della Parata del Primo Maggio aveva eluso la sorveglianza del commesso del locale negozio di animali e rapito una talpa senza pelo
destinata a finire nella pancia di un boa constrictor. Aveva provato pena per quella creatura cieca e rugosa dall'aria indifesa, e per amor di giustizia aveva liberato anche tutti i topi bianchi destinati a seguirla nel menu serale del serpente.
Non si era aspettato che i topi si precipitassero sotto i piedi della gente che sfilava, ma i topi non sono molto svegli. Non si era aspettato nemmeno che gli spettatori si dessero alla fuga davanti ai topi, ma nemmeno la gente è troppo sveglia, come aveva commentato più tardi il padre di Call. Non era colpa di Call se la parata era stata un disastro, ma tutti - sindaco in testa - si comportavano come se. In più, suo padre l'aveva costretto a restituire la talpa senza pelo.
Il padre di Call non approvava il furto.
A suo parere era una cosa spiacevole quasi quanto la magia.

***

Callum si dondolò sulla sedia rigida davanti allo studio del preside, chiedendosi se l'indomani sarebbe tornato a scuola, e se in caso qualcuno avrebbe sentito la sua mancanza. Ripassò ancora una volta tutti i modi per farsi bocciare al test dei maghi, e nel mondo più spettacolare possibile. Suo padre gli aveva elencato più e più volte le alternative per ottenere la bocciatura: Svuota la mente. Concentrati su qualcosa che sia il contrario di ciò che vogliono quei mostri. Pensa al test di un altro invece che al tuo. Call si strofinò il polpaccio, che quella mattina in classe gli aveva fatto male, ed era indolenzito; qualche volta gli succedeva. Più cresceva in altezza, più gli doleva. Almeno la parte fisica del test dei maghi - di qualunque cosa si trattasse - sarebbe stata facile da sbagliare.
Sentiva in lontananza gli altri ragazzi in palestra, le scarpe da ginnastica che scricchiolavano sul parquet lucido, le voci fragorose, gli insulti urlati. Gli sarebbe piaciuto giocare almeno una volta. Forse non era veloce come gli altri, o altrettanto capace di mantenere l'equilibrio, ma traboccava di irrefrenabile energia. Era esonerato da educazione motoria per via della gamba; anche alle elementari, quando cercava di correre o saltare o arrampicarsi all'intervallo, uno dei bidelli si avvicinava per ricordargli che doveva darsi una calmata prima di farsi male, e che se continuava così l'avrebbero costretto a rientrare.
Come se qualche livido fosse la cosa più terribile che potesse succedere. Come se la gamba potesse peggiorare.
Call sospirò e guardò fuori dalle porte a vetro della scuola verso il punto in cui il padre sarebbe comparso a breve, in auto. Guidava un'auto del tipo che non passa inosservato, una Rolls-Royce Phantom del 1937 di colore argento chiaro. Nessun altro in città possedeva niente del genere. Il padre di Call aveva un negozio di antiquariato sulla MainStreet che si chiamava "Di Tempo in Tempo"; gli piaceva recuperare anticaglie e farle tornare nuove e splendenti. Per mantenere l'auto in perfetta efficienza doveva dedicare quasi tutti i finesettimana alle riparazioni. E chiedeva sempre a Call di lavarla e di passarvi una strana cera antiruggine.
La Rolls-Royce funzionava alla perfezione, a differenza di Call. Si guardò le scarpe da ginnastica tamburellando i piedi contro il pavimento. Quando portava i jeans, come quel giorno, non si capiva che la gamba aveva qualcosa che non andava, ma bastava che si alzasse e camminasse ed era evidente. Era stato sottoposto a moltissime operazioni fin da piccolissimo, e a terapie di ogni genere: niente di davvero efficace. Zoppicava ancora come se tentasse di reggersi in piedi su una barca che beccheggia.
Quando era piccolo giocava spesso a fare il pirata, o il marinaio coraggioso con una gamba di legno che affondava con la nave dopo un lungo cannoneggiamento. Giocava ai pirati e ai ninja, ai cowboy e agli esploratori alieni.
Ma giochi di magia, niente.
Mai.
Sentì il rombo di un motore e fece per alzarsi, ma poi tornò a sedersi, seccato. Non era l'auto di papà, ma una normalissima Toyota rossa. Un attimo dopo Kylie Myles, una delle sue compagne di classe, gli passò davanti correndo, un'insegnante al fianco.
«Buona fortuna per i provini di danza» le disse la signora Kemal, e si voltò per tornare in classe.
«Sì, grazie» disse Kylie, poi guardò Call in modo strano, come se lo stesse soppesando. Kylie non guardava mai Call. Era una delle sue caratteristiche, come i lucidi capelli biondi e lo zaino con l'unicorno. Quando s'incrociavano in corridoio il suo sguardo gli scivolava addosso come se fosse invisibile.
Con un mezzo saluto ancora più bizzarro e sorprendente andò verso la Toyota. Call vide entrambi i genitori di Kylie sui sedili davanti: avevano l'aria preoccupata.
Non era diretta nello stesso posto, vero? Non poteva essere diretta alla Prova di Ferro. Ma se invece...

Si puntellò sulla sedia con le mani e si alzò. Se era là che andava, qualcuno avrebbe dovuto avvertirla.
Tanti ragazzi pensano che sia qualcosa di speciale, aveva detto il padre di Call, il disgusto evidente nella voce. Anche i loro genitori. Soprattutto nelle famiglie in cui le capacità magiche risalgono a parecchie generazioni indietro. E certe famiglie in cui la magia è quasi estinta vedono in un bambino magico la speranza di tornare al potere. Ma sono i bambini senza parentele magiche quelli da compatire più di tutti. Sono quelli che pensano che sarà come nei film.
Non è affatto come nei film.
In quel momento il papà di Call accostò al marciapiede della scuola in uno stridio di freni, impedendo a Call di vedere Kylie. Call uscì zoppicando: il tempo di raggiungere la Rolls e la Toyota dei Myles svoltò e sparì.
Impossibile metterla in guardia.
«Call.» Suo padre era sceso dall'auto e si appoggiava alla portiera del passeggero. La sua zazzera - lo stesso groviglio nero di Call - si stava facendo grigia ai lati, e portava una giacca di tweed con le toppe di pelle, nonostante il caldo. Call era convinto che il padre somigliasse a Sherlock Holmes nella vecchia serie tv della BBC; a volte la gente si stupiva che non parlasse con l'accento inglese. «Sei pronto?»
Call alzò le spalle. Come si fa a essere pronti per qualcosa che potrebbe sconvolgerti la vita, se va storto? O dritto, nel suo caso. «Suppongo di sì.»
Il padre aprì la portiera. «Bene. Sali.»
L'interno della Rolls era immacolato come la carrozzeria. Call fu sorpreso di vedere le vecchie stampelle sul sedile di dietro. Non le usava da anni, da quando era caduto da una struttura per arrampicarsi e si era slogato la caviglia - quella del piede buono. Il padre di Call salì e accese il motore. Call le indicò e disse: «E quelle?»
«Più hai l'aria malandata, più è probabile che ti boccino» disse cupo il padre, guardandosi indietro mentre uscivano dal parcheggio.
«È un po' come imbrogliare» osservò Call.
«Call, la gente imbroglia per vincere. Non si può imbrogliare per perdere».
Call sgranò gli occhi e lasciò che papà pensasse quello che voleva. Sapeva soltanto che non avrebbe assolutamente usato quelle stampelle se non era costretto. Ma non voleva parlarne, non nella stessa giornata in cui il padre aveva carbonizzato il pane tostato a colazione, cosa insolita, e lo aveva strapazzato quando si era lamentato di dover andare a scuola per uscirne solo due ore dopo.
Ed eccolo lì, chino sul volante, la mascella serrata, le dita della mano destra che stringevano la leva del cambio in una morsa e scalavano le marce con inutile violenza.
Call cercò di concentrarsi sugli alberi che cominciavano a ingiallire, sforzandosi di ricordare tutto ciò che sapeva del Magisterium. La prima volta che suo padre aveva parlato dei Magistri e di come sceglievano gli apprendisti aveva fatto sedere Call in una delle grandi poltrone di pelle dello studio. Call aveva il gomito bendato e il labbro spaccato per via di una zuffa a scuola, e non aveva proprio voglia di ascoltare. E poi il padre era così serio da spaventarlo. E dal tono che aveva assunto sembrava che dovesse annunciargli che aveva una malattia terribile. Si scoprì che la malattia era il suo potenziale magico.
Call si era fatto piccolo piccolo nella poltrona mentre il padre parlava. Era abituato a sostenere il ruolo della vittima; gli altri ragazzi erano convinti che per via della gamba fosse un bersaglio facile. Di solito riusciva a convincerli del contrario. Non quella volta in cui un gruppo di ragazzi più grandi l'aveva bloccato dietro il capanno vicino al parco giochi, sulla strada di casa. L'avevano spintonato e aggredito coi soliti insulti. Callum aveva imparato che molti si facevano indietro se lui reagiva, così aveva cercato di colpire il ragazzo più alto. Era stato il suo primo errore. Ben presto l'avevano inchiodato a terra: uno gli sedeva sulle ginocchia mentre l'altro lo prendeva a pugni in faccia, cercando di costringerlo a scusarsi e ad ammettere di essere un pagliaccio storpio.
«Dovete ammettere che sono stupendo, sfigati» aveva sospirato Call prima di svenire.
Era rimasto privo di sensi per non più di un minuto, perché quando aveva riaperto gli occhi aveva visto i ragazzi che si allontanavano. Fuggivano. Call non poteva credere che la sua battuta si fosse rivelata così efficace.
«Proprio così» aveva detto, mettendosi seduto. «Fate bene a scappare!»
Poi si era guardato intorno e si era accorto che il cemento del campo giochi era spaccato. Una lunga fessura correva dalle altalene fino alla parete del capanno dividendo in due il piccolo edificio.
Era disteso proprio nel bel mezzo di quello che sembrava lo squarcio provocato da una scossa di terremoto.
La cosa più straordinaria che gli fosse mai successa. Suo padre non era d'accordo.
«La magia scorre in certe famiglie» disse. «Non tutti i consanguinei ce l'hanno per forza, ma a quanto pare tu potresti averla. Purtroppo. Mi dispiace tanto, Call.»
«Ma allora il terremoto.... Stai dicendo che l'ho provocato io?» Call si era sentito combattuto tra una gioia attonita e un profondo terrore, ma la gioia era più forte. Sentì gli angoli della bocca arricciarsi in un sorriso e cercò di tenerli a bada. «E questo che fanno i maghi?»
«I maghi attingono agli elementi - terra, aria, acqua, fuoco, e perfino il vuoto, che è la fonte della magia più potente e terribile di tutte: la magia del caos. Sanno usare la magia per molte cose, compreso squarciare la terra, come hai fatto tu.» Suo padre aveva annuito tra sé. «All'inizio, quando la magia si manifesta per la prima volta, è molto intensa. Potere allo stato grezzo... ciò che educa le arti magiche è l'equilibrio. Ci vuole molta applicazione per ottenere il potere di un mago appena destato. I maghi giovani hanno scarso controllo. Call, tu devi contrastare la magia. Non devi mai più farne uso. O i maghi ti porteranno via nei loro tunnel.»
«E là che si trova la scuola? Il Magisterium è nel sottosuolo?» aveva chiesto Call.
«Sepolto sottoterra, dove nessuno può trovarlo» gli aveva detto il padre, serissimo. «Laggiù non c'è luce. Niente finestre. E un labirinto. Ci si può perdere nelle caverne, ci si può morire senza che nessuno lo sappia mai.»
Call si leccò le labbra all'improvviso secche. «Ma tu sei un mago, vero?»
«Io non uso la magia da quando è morta tua madre. E non la userò mai più.»
«E la mamma è andata là? Nei tunnel? Sul serio?» Call era avido di informazioni su sua madre. Non aveva mai saputo molto. Qualche foto ingiallita in un vecchio album che mostrava una donna graziosa con i capelli nero inchiostro di Call e gli occhi di un colore indefinibile. Sapeva che non doveva fare al padre troppe domande su di lei. Il padre non ne parlava mai se non era costretto.
«Sì, c'è andata» gli disse quella volta. «Ed è per via della magia che è morta. Quando i maghi vanno in guerra, e succede spesso, non
badano a chi muore per questo. Ed è l'altra ragione per cui non devi attirare la loro attenzione.»
Quella notte Call si svegliò urlando, convinto di essere imprigionato nel sottosuolo, con la terra che gli si accumulava addosso come se lo seppellissero vivo. Per quanto si agitasse, non riusciva a respirare. Poi sognò che fuggiva da un mostro di fumo con gli occhi che roteavano in un miscuglio di migliaia di diversi spaventosi colori... solo che non riusciva a correre abbastanza veloce per via della gamba. Nei sogni se la trascinava appresso come morta finché lui cadeva a terra, l'alito bollente del mostro sul collo.
I compagni di classe di Call avevano paura del buio, del mostro sotto il letto, degli zombie o degli assassini armati di asce giganti. Call aveva paura dei maghi, e aveva ancora più paura di essere uno di loro.
Ora stava per incontrarli. Gli stessi maghi che erano la ragione per cui sua madre era morta e suo padre non rideva quasi mai e non aveva amici, e invece stava chiuso nel laboratorio che aveva ricavato dal garage e riparava mobili sconquassati, auto e gioielli. Non ci voleva un genio per capire come mai suo papà aveva l'ossessione di rimettere in sesto le cose rotte.
Sorpassarono un cartello che dava loro il benvenuto in Virginia. Era tutto uguale. Non sapeva che cosa aspettarsi, ma di rado era uscito dal North Carolina. I loro viaggi oltre Asheville erano rari, e le destinazioni più frequenti erano i mercatini in cui recuperavano vecchi pezzi di pezzi d'auto e le fiere dell'antiquariato, dove Call vagava tra cataste di argenteria brunita, collezioni di figurine del baseball nelle loro custodie di plastica e strane teste di yak imbalsamate, mentre suo padre contrattava per aggiudicarsi qualcosa di noioso.
A Call venne in mente che se non fosse stato bocciato al test forse non sarebbe mai più andato di nuovo a uno di quei mercatini. Il suo stomaco si contrasse e un brivido freddo gli percorse le ossa. Si costrinse a pensare ai precetti che il padre gli aveva instillato: Svuota la mente. Concentrati su qualcosa che sia il contrario di ciò che vogliono quei mostri. Pensa al test di un altro invece che al tuo.
Espirò lentamente. Il nervosismo del padre lo stava contagiando. Sarebbe andata bene. Era facile sbagliare il test.
L'auto uscì dall'autostrada e imboccò una via stretta. L'unico cartello presente recava il simbolo di un aeroplano, e sotto c'era scritto CAMPO VOLO CHIUSO PER LAVORI.
«Dove andiamo?» chiese Call. «Si vola da qualche parte?»
«Speriamo di no» borbottò suo papà. Il fondo stradale era passato bruscamente dall'asfalto alla terra battuta. Mentre coprivano sobbalzando qualche altro centinaio di iarde, Call si aggrappò allo sportello per evitare di battere la testa contro il tetto. Le Rolls-Royce non sono fatte per le strade sterrate.
All'improvviso la corsia si allargò e gli alberi si separarono. La Rolls si trovava in un ampio spiazzo sgombro. Nel mezzo c'era un enorme hangar di acciaio ondulato. Parcheggiate intorno un centinaio di auto di tutti i generi: dai vecchi pickup malridotti alle berline eleganti quasi quanto la Phantom, e molto più nuove. Call vide genitori e ragazzi, tutti più o meno della sua età, correre verso l'hangar.
«Credo che siamo in ritardo» disse.
«Bene» disse padre con cupa soddisfazione. Fermò l'auto e scese, accennando a Call di fare lo stesso. Call fu contento di vedere che il padre sembrava essersi scordato delle stampelle. Era una giornata calda, e il sole bruciava sul dorso della t-shirt grigia di Call. Si asciugò i palmi umidi sui jeans mentre attraversavano lo spiazzo per infilarsi nel grosso buco nero che era l'ingresso dell'hangar.
Dentro era tutto assurdo. Ragazzini ovunque, voci rimbombanti nel vasto spazio. Lungo una parete di metallo erano disposte delle gradinate; potevano ospitare molte più persone di quelle presenti, ma l'immensità del luogo le rendeva lillipuziane. Col nastro adesivo azzurro vivo erano stati fatti dei segni sul pavimento di cemento, una serie di X e di cerchi.
Dalla parte opposta rispetto alle gradinate, davanti a una serie di portoni che un tempo dovevano aprirsi per lasciar uscire gli aerei lungo le piste, c'erano i maghi.

© 2014 Holly Black e Cassandra Claire LLC
© 2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, per l'edizione italiana
Pubblicato per accordo con Baror International, INC., Armonk, New York, U.S.A.
Titolo dell'opera originale: The Iron Trial
Tutti i diritti riservati

Città del fuoco celeste di Cassandra Clare

In quanti hanno aspettato l'uscita di questo romanzo?
Da quando ho girato l'ultima pagina di Città delle Anime Perdute ho desiderato pazzamente mettere le mani su Città del fuoco celeste.
Anche se sul momento i primi due libri della serie non mi avevano totalmente travolto come avvenuto con i primi tre - e come stava accandendo con le Origini - ero troppo affezionata a Jace, Clary, Simon, Izzy, Alec e Magnus per non desiderare sapere cosa sarebbe accaduto!

Titolo originale: City of Heavenly Fire
Serie: The Mortal Instruments, n°6
Genere: Urban Fantasy
Taget: Young Adult
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 8 Luglio 2014
N°pagine: 756
Trama: Erchomai, ha detto Sebastian. Sto arrivando. E ancora una volta sul mondo degli Shadowhunters cala l'oscurità. Mentre tutto intorno a loro cade a pezzi, Clary, Jace e Simon devono unirsi con tutti quelli che stanno dalla stessa parte, per combattere il più grande pericolo che la società dei Nephilim abbia mai affrontato: Sebastian, il fratello di Clary. Il traditore, colui che ha scelto il male. Nulla, in questo mondo, può sconfiggerlo, e i tre - uniti da un legame profondo e indissolubile - sono costretti a cercare un altro mondo dove l'estremo scontro abbia una speranza di vittoria. Il mondo dei demoni. Ma il prezzo da pagare sarà altissimo. Molte vite saranno perdute per sempre, e l'amore sarà sacrificato per un bene più grande: scongiurare la distruzione definitiva di un mondo che non sarà mai più lo stesso. Perché la fine degli Shadowhunters è anche il loro inizio.

Attenzione spoiler!
Leggete a vostro rischio e pericolo!

Ho amato questo libro, davvero. È ricco, profondo, vibrante di energia, coinvolgente e unico! Ma la verità è che non tutto è rosa e fiori, e di problemi, scelte che mi hanno fatto storcere il naso, che non mi sono proprio piaciute o di cui non ho capito l'utilità, ce ne sono a bizzeffe. Forse pure troppe e dirlo mi intristisce enormemente perché Cassandra Clare è una delle mie autrici preferite.
Voglio dirle? Si e preparatevi perché sono SPOILER, quindi non leggete se non volete rovinarvi la lettura!
Partiamo con il dire che mi ha sconvolto scoprire che Camille è davvero morta - a quanto sembra almeno - e se così fosse è la prima mastodontica cavolata della serie. La vampira era un personaggio, forse che non si poteva prendere a cuore, ma davvero interessate e farla morire così, per mano di una vampira neonata e pazza (morta tra l'altro due pagine dopo in un secondo, e secondo errore del libro) è stato stupido.
Altra morte orrenda quella di Jordan. Quanti capitoli, una manciata? e viene ucciso con una pugnalata alla spalle così, senza possibilità di combattere senza poter fare nulla. Mi sono disperata quando ho letto quel che è successo, ma per buona parte per la scelta infelice fatta dall'autrice. E subito dopo mi sono arrabbiata, arrabbiata come non mai prima d'ora con Maia.
Perché rovinare un personaggio così? Farla cambiare da una pagina all'altra per proteggerla dalla morte di Jordan, per me inutile dopo lo sterminio del Preactor Lupis. Leggere i suoi capitoli è stata una vera sofferenza e ci sono stati momenti in cui avrei davvero voluto saltarli se non fosse che rischiavo di non capirci alcun che.
Proseguendo la lettura ci sono altre piccole cose che non mi hanno convinto ma le ultime due di cui vi parlerò sono alla del libro.
Dopo tre libri, sei se li consideriamo tutti, di questa portata ci si aspetta un finale epico, tragico, ma anche che fa battere il cuore a mille. E se in parte c'è per gran parte no.
Iniziamo parlando con Sebastian: ha imperversato, ucciso e portato disperazione per tre libri… e alla fine decide che lascia perdere il mondo per governare nella dimensioni demoniaca Edom su Ottenebrati (bruttissima traduzione a mio parere anche se il significato è quello) e demoni. Ma perché? Non ha senso! Vuoi Clary ok, ma continua sulla tua strada e Cassandra dacci un finale davvero epico. Non un sotterfugio e una soluzione veloce per chi è rimasto di la.
Non parliamo poi del padre di Magnus. Il grande e potente demone - avevo pensato che fosse qualcun altro alla fine, ci sono rimasta parecchio male devo dire quando si è scoperto chi fosse - fa un enorme incantesimo, che porta tragedia e disperazione, che però inizia a fare cilecca dopo due mesi e il tuo caro figliolo riesce a sistemare in parte in un pomeriggio.
Per carità, sono stata felice della soluzione sennò avrei potuto buttare l'ipad fuori dalla finestra ma fa acqua da tutte le parti.
L'anno passato avevo letto che La principessa per una lettrice faceva acqua dalla prima all'ultima pagina e mi duole dire che rispetto a Città del fuoco celeste non imbarca neanche una goccia.

Ora vi starete chiedendo come io abbia fatto ad amare questo romanzo dopo questo papiro di cose negative (a cui non ho aggiunto alcune traduzioni più che discutibili tipo il nome finale della band di Simon).
Perché gli aspetti negativi in realtà sono solo una piccola parte, o almeno lo sono stati per me, e il resto del romanzo mi ha tenuto attaccato alla pagine, facendomi battere il cuore di gioia e tristezza, ridere e piangere e disperarmi all'ultima pagina.
Ho amato ritrovare Jace, Clary, Simon, Izzy, Alec e Magnus. E Tessa e Jem. Davvero è stato come tornare da vecchi amici e lasciarli alla fine è stato un colpo al cuore. Ma anche i nuovi personaggi, protagonisti della prossima serie The Dark Articifies, Emma Carstairs e Julian Blackthorne che temevo non riuscire a prendere in simpatia mi hanno a dir poco conquistato e conto i giorni (mesi ç_ç) che ci separano a Lady Midnight. Non so come farà ad aspettare un anno e forse anche più per il primo romanzo della nuova serie e i racconti della Shadowhunters Accademy!
Quindi, anche se a un primo impatto sembra che malgrado tutto Città del fuoco celeste non mia sia piaciuto, in realtà l'ho adorato, con tutto il cuore e quasi sicuramente prima della fine dell'estate lo rileggerò nell'attesa di nuove avventure.
Il mondo di Cassandra Clare è un mondo che tira fuori il mio lato più fangirl e che difficilmente ti lascia andare. 
Se non l'avete ancora fatto leggete questa - queste - serie e lasciatevi conquistare.



Infine, vi lascio con i due piccoli extra presenti, una in una particolare versione americana e una in quella inglese/australiana, e che non sono stati tradotti.
Si tratta di due piccoli fumetti disegnati da Cassandra Jean da leggere assolutamente dopo la fine del libro e tradotti da una collega blogger che ringrazio infinitamente (anche se ora li trovate anche sul sito shadowhunters.it).
Non mi resta che augurarvi buona lettura!


ps. le immagini sono quel che sono, per averle belle bisognerà aspettare dicembre o giù di li che Cassandra Clare le pubblichi sul suo Tumbrl!

EDIT: aggiungo un terzo extra questa volta tradotto dalla pagina facebook "Shadowhunters. Never trust a duck" (ma anche da shadowhunters.it). Le immagini sono sempre di Cassandra Jean ed è proprio lei ad averle condivise sul suo tumbrl! Da leggere sempre a fine libro e dopo gli altri extra!

Per noi sarà sempre estate di Jenny Han

Si è conclusa il primo luglio - e come bene vedete io sono in enorme ritardo con la recensione come al mio solito - la trilogia estiva pubblicata da Piemme che ci ha portato sulla spiaggia di Cousin Beach assieme a Belly, Conrad e Jeremiah.

Titolo originale: We'll Always Have Summer
Serie: The Summer Trilogy, n°3
Genere: Romantico, Contemporaneo
Target: Young Adult
Editore: Piemme
Collana: Freeway
Data di pubblicazione: 1 Luglio 2014
N°pagine: 350
Trama: Sono passati due anni da quando Conrad ha detto a Belly di mettersi con suo fratello. Da allora, lei e Jeremiah sono stati inseparabili. Ma la loro relazione non è felice come dovrebbe. Infatti, quando Jeremiah commette il peggiore errore che un ragazzo può commettere, Belly è costretta a chiedersi se quello sia davvero il grande amore. Davvero Jeremiah è il ragazzo giusto? Davvero lei ha smesso di amare Conrad?
Sono passati due anni da quando Belly si è lasciata alle spalle Conrad ed ha capito che è sempre stato Jeremiah l'amore della sua vita.
Jeremiah era il primo ragazzo che avessi baciato. Era il mio migliore amico. Con il passare del tempo, capivo sempre di più che era così che doveva andare. Lui era il mio unico amore. Era quello giusto.
Le scuole superiori sono finite e anche il primo anno di college sta volgendo al termine. Tutto sembra essere perfetto e l'arrivo di una nuova estate a Cousin Beach riempiono di aspettative Belly.
Ma un errore di Jeremiah rischia di rovinare tutto.
Questa trilogia per quanto non possa dire che mi abbia rapito oltre ogni immaginazione sicuramente mi ha tenuto un'ottima compagnia e lasciare andare questi personaggi mi rattrista un po'. Soprattutto perché quest'ultimo capitolo non è riuscito a conquistare la mia approvazione come i precedenti.
Se da un lato il personaggio di Conrad finalmente in questo libro risulta più approfondito e meno superficiale, Jeremiah ha perso invece tutti i punti conquistati con le sue scelte a dir poco discutibili.
Quanto a Belly, invece di vedere una crescita del personaggio ho avuto una netta impressione di una involuzione per quanto non totalizzante.
Mi aspettavo quindi qualcosa di diverso da questo libro, qualcosa di più, tuttavia l'intera trilogia racconta è sicuramente degna di nota e spinge sia a crescere sia a inseguire a superare le difficoltà, a realizzare i sogni, anche quando tutto sembra andarci contro.
Se non l'avete ancora fatto vi consiglio davvero di leggere questa serie romantica ed estiva, e lasciarvi trasportare dalla prosa di Jenny Han sulla battigia della spiaggia tra amori, falò, errori e sogni.


Book Soundtrack #3


Era da tempo immemore che non pubblicavo da questa rubrica… esattamente da quando è uscito Clockwork Princess! E proprio come quel giorno sono qui per darvi uno spunto musicale con cui accompagnare l'ultimo libro di Cassandra Clare - Città del fuoco celeste - e che oggi esce in tutte le librerie italiane!
Quella che segue è la "soundtrack" che ha accompagnato Cassandra Clare nella scrittura.. quindi non c'è musica meglio con cui leggere questo libro!
Fatemi sapere cosa ne pensate, se per voi c'è qualche canzone abbinate a questo libro e che manca, ma soprattutto buona lettura e buon ascolto!!!



L'estate dei segreti perduti di E. Lockhart

Nell'ultimo mese avevo accumulato una serie infiniti di libri che, tra una cosa e l'altra quali le mille uscite di giugno, gli esami e compagnia bella, non ero riuscita neanche ad aprire.
L'estate dei segreti perduti è il primo libro di questa interminabile lista e non posso dire di non essere stata felice che fosse proprio questo il romanzo in cima alla metaforica pila di libri (in realtà quasi tutti ebook) che questa estate mi faranno compagnia!

Titolo originale: We Were Liars
Genere: Romantico/Contemporaneo/Thriller
Target: Young Adult
Editore: DeAgostini
Data di pubblicazione: 24 giugno 2014
N°pagine: 315
Trama: Da sempre la famiglia Sinclair si riunisce per le vacanze estive su una piccola isola privata al largo delle coste del Massachusetts. I Sinclair sono belli, ricchi, spensierati. E Cady, l'erede di tutta la fortuna e di tutte le speranze, non fa eccezione. Ma l'estate in cui la giovane Sinclair compie sedici anni le cose cambiano. Cady si innamora del ragazzo sbagliato e ha un incidente. Un incidente di cui crede di sapere tutto, ma di cui in realtà non sa nulla. Finché, due anni dopo, torna sull'isola e scopre che niente è come sembra nella bellissima famiglia Sinclair. E che, a volte, ci sono segreti che sarebbe meglio non rivelare mai.

L'estate dei segreti perduti decisamente non è un libro semplice da inquadrare. Se state cercando un romanzo che vi faccia sognare un amore sulla spiaggia non credo sia il libro giusto per voi.
Se invece cercate un romanzo che vi scuota, vi tenga inesorabilmente attaccati alle pagine in cui la trama romantica s'intreccia al mistero che avvolge i ricordi della protagonista, beh, questo romanzo fa proprio per voi.
Nella famiglia Sinclair c'è un patriarca, nonno Harris; tre figlie, Carrie Bess e Penny; e sei nipoti, Candece, la prima, Johnny, Mirren, Liberty, Bonnie, Will e Taft.
Benvenuti nella splendida famiglia Sinclair.
Qui non ci sono criminali.
Non ci sono drogati.
Non ci sono falliti.
I Sinclair sono atletici, alti, belli. Siamo una facoltosa famiglia di stirpe democratica. Abbiamo sorrisi smaglianti, menti squadrati e un temibile servizio a tennis.
Non importa se i divorzi straziano i muscoli dei nostri cuori. Non importa se il fondo fiduciario si sta esaurendo e le fatture inevase si accumulano sul ripiano della cucina. Non importa se i flaconi di pillole affollano il comodino.
Non importa se uno di noi è perdutamente, disperatamente innamorato.
Un amore così estremo da richiedere un rimedio altrettanto estremo.
Siamo Sinclair.
Nessuno è spiantato.
Nessuno commette errori.
Passiamo l'estate su un'isola privata al largo delle coste del Massachussetts. E forse non vi serve sapere altro.
La voce narrante è della di Candece che ci racconta, con un continuo avanti e indietro nel tempo, le sue estati a Beechwood Island: i cugini, Gat, e la sua famiglia per intero. Ma nell'estate numero quindici, la quindicesima che passava sull'isola, è successo qualcosa che le ha fatto completamente dimenticate quell'estate.
Per due anni Candece tenterà di ricostruire cosa era accaduto attraverso flashback e appunti.

In genere il Thriller non rientra nel mie letture per quanto non disprezzi affatto, anzi per niente, un po' di mistero nei romanzi. Tuttavia, quando solo che un libro è un giallo… beh, è più forte di me e vado a leggere la fine.
Non so se in questo caso sia stato un bene o no, propendo per il bene nel mio caso, ma vi sconsiglio caldamente di farlo.
La trama è costruita magnificamente e conoscerne la fine non permette di apprezzare in pieno questo romanzo. È uno di quei libri che bisogna scoprire pagina dopo pagina, cercare di intravedere oltre gli occhi della protagonista, ma soprattutto ricco di spunti di riflessione davvero importanti che non devono sfuggirci con una lettura superficiale.

Se inizierete questo romanzo scoprirete che sarà difficile staccarvici anche se altri mille impegni richiedono la vostra attenzione, e come ho detto a inizio recensione non sarà un libro adatto a tutti.
Valutate bene prima di prenderlo: vi rapirà e si, vi strazierà il cuore, ma ne vale la pena.

Made in Italy #11

Mi ci è voluta una settimana per rimettermi davanti al computer dopo la settimana intensa di esami ma… eccomi qui!
Pronta e pimpante per presentarvi oggi un romanzo Made in Italy davvero intrigante e che prima o poi finirà nel mio ereader (il nuovo e pucciosissimo Pyrus Mini che mi sono regala *-*) e prossimamente qualche recensione super in ritardo. Qualcuno indovina di che libri vi parlerò?
Ma intanto ecco il nuovo titolo che vi propongo se amate l'urban fantasy con un pizzico di Thriller e volete sostenere le nostre splendide autrici italiane!

Editore: Lettere Animate Editore
Genere: Urban Fantasy
Data di pubblicazione: 7 Maggio 2014
N°pagine: 217
Trama: Alison è una coraggiosa cacciatrice di creature soprannaturali che possiede il dono della preveggenza, ma quando il suo potere, inaspettatamente, comincia a ritorcersi contro di lei si ritrova in grave pericolo. Accorre in suo aiuto un misterioso e affascinante cacciatore, Dave, che la coinvolge in una corsa contro il tempo per tentare di scoprire perché i poteri di alcuni cacciatori siano diventati di colpo tanto pericolosi. Saranno avventure rischiose e i due ragazzi, nella splendida cornice di Chicago, verranno a contatto con molte altre creature: potenti stregoni, vampiri assetati di sangue, un misterioso fantasma e persino altri cacciatori con un'idea di giustizia ben differente dalla loro. L'amore busserà alle loro porte, ma i pericoli sono molti: qualcuno ha alterato un equilibrio precario e i due dovranno, prima di tutto, riuscire a salvarsi.
Federica Nalbone ha 26 anni ed è nata a Palermo, dove vive tutt'ora. Ama da sempre leggere libri e, da alcuni anni, si è avvicinata molto al mondo dell'urban fantasy sino a trovarlo fonte di ispirazione anche per i suoi scritti. Appassionata del mondo Disney, segue svariate serie televisive e adora anche il mondo del cinema.

Il romanzo lo potete trovare sia su Amazon che su Kobobooks a 2,49 €
E infine vi lascio sia il link alla pagina Facebook che il profilo Twitter del romanzo! Non mancate di farci un salto, mi raccomando :)

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